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<title>Quattrochiacchere Italia</title>
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<description>Parliamo in liberta&#39;</description>
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         <title>Quattrochiacchere Italia</title>
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<title>Calisto colpisce la nonna risarcisce (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Fri, 15 Aug 2008 22:16:53 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=120</guid>
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<pubDate>Fri, 15 Aug 2008 22:16:53 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>I libretti postali su cui non si registrano movimenti di danaro da almeno 10 anni sono oltre un milione in tutta Italia. La somma dei soldi contenuti in ognuno di quei libretti costituisce un tesoretto su cui una delibera inserita nella finanziaria del governo Prodi ci metterà le mani.I titolari di quei libretti che hanno avuto 6 mesi di tempo per farsi vivi, per salvare i loro soldi dovranno registrare almeno un movimento sul conto entro e non oltre il 25 agosto prossimo. Dal giorno successivo i correntisti “dormienti” perderanno ogni diritto su quei soldi perché ne diverrà proprietario lo Stato, che secondo le intenzioni di Prodi andranno per buona parte nelle tasche delle vittime dei crac finanziari.Ma c’è un ma! La direzione delle poste, non essendo stata obbligata per legge ad avvisare i correntisti di quel provvedimento, si è limitata a pubblicare gli avvisi sul sito e ad inviare i comunicati stampa per le pagine economiche sui giornali. Ebbene, siccome la maggior parte dei proprietari di quei libretti postali sono anziani che non navigano in Internet e non leggono le pagine economiche dei giornali, è successo che in questi 6 mesi sono stati pochissimi i correntisti che si sono fatti vivi. Mentre l’attivazione dei conti postali nelle città prosegue con successo, in comuni come San Giovanni in Fiore (CS) o Villarosa (EN) che assieme totalizzano oltre 1.000 libretti su un totale di meno di 30 mila abitanti, ci sono i direttori degli uffici postali pronti ad autorizzare il rastrellamento del tesoretto.Nessun guaio invece per Calisto Tanzi e la sua banda di pirati speculatori. Per salvare la montagna di milioni nascosti alle Isole Cayman basterà patteggiare e cavarsela con una condanna minima al di sotto dei 3 anni ai servizi sociali. Un affare alla faccia dei soliti fottuti condannati a risarcire il maltolto con una TANZUM: erario e gli italiani.Fonte Blog di Daniele Martinelli</description>
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<title>Tentativo di bloccare The Pirate Bay da parte dell\&#39;Italia? (Quattrochiacchere Staff)</title>
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<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 18:15:30 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Diversi siti italiani di filesharing , tra cui P2Pforum , riportano di problemi nel tentativo di visitare il famigerato sito torrent The Pirate Bay" che a quanto pare sembra essere stato bloccato a livello di DNS dei vari provider italiani.La risposta della Baia dei Pirati non si é fatta attendere e cito testualmente quanto riportato nel loro blog :"We're quite used to fascist countries not allowing freedom of speech. A lot of smaller nations that have dictators decide to block our site since we can help spread information that could be harmful to the dictators.This time it's Italy. They suffer from a really bad background as one of the IFPIs was formed in Italy during the fascist years and now they have a fascist leader in the country, Silvio Berlusconi. Berlusconi is also the most powerful person in Italian media owning a lot of companies that compete with The Pirate Bay and he would like to stay that way - so one of his lackeys, Giancarlo Mancusi, ordered a shutdown of our domain name and IP in Italy to make it hard to not support Berlusconis empire.We have had fights previously in Italy, recently with our successful art installation where we had to storm Fortezza in order to get our art done. And as usual, we won. We will also win this time.We have already changed IP for the website - that makes it work for half the ISPs again. And we want you all to inform your italian friends to switch their DNS to OpenDNS so they can bypass their ISPs filters. This will also let them bypass the other filters installed by the Italian government, as a bonus. And for the meanwhile - http://labaia.org works (La Baia means The Bay in Italian).And please, everybody should also contact their ISP and tell them that this is not OK and that the ISPs should appeal. We don't want a censored internet! And the war starts here...".In pratica senza entrare nel merito dei commenti , ma nel dettaglio tecnico , il sito Pirate Bay ha gia' cambiato l'indirizzo IP del sito per bypassare i filtri impostati a livello dei DNS dei vari ISP in Italia.La Baia inoltre informa che i filtri possono essere bypassati usando come DNS quelli offerti da OpenDNS.Inoltre per chi dovesse avere ulteriori problemi a raggiungere la Baia è stato allestito un nuovo indirizzo http://labaia.org.Fonte Pirate Bay Blog</description>
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<title>Il tuo provider è neutrale? Scoprilo con Switzerland (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Sun, 10 Aug 2008 16:34:17 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=118</guid>
<link>http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=118</link>
<pubDate>Sun, 10 Aug 2008 16:34:17 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Il tuo fornitore di connettività opera davvero in maniera neutrale? O, magari a tua insaputa, limita l'accesso ai servizi BitTorrent o Voip? Un nuovo tool dell'Electronic Frontier Foundations permette di testare se davvero il proprio provider rispetta il principio dell'integrità nelle trasmissioni di dati tra newtwork, Isp e firewall. Permettendo di tenere traccia (e, nel caso di violazione, disporre di una copia integra) di tutti quei pacchetti Ip che vengono modificati o bloccati.In questo modo non solo si potrà denunciare gli operatori poco corretti, ma si spera anche di apportare maggiore trasparenza in un settore in cui si stanno sperimentando le più diverse soluzioni, spesso a insaputa dei clienti finali.In onore al principio della neutralità, il software si chiama Switzerland e può essere scaricato a questo indirizzo. Si tratta di una versione alpha ancora molto primitiva, pensata più che altro per la community di sviluppatori open-source, che è invitata ad apportare ulteriori implementazioni. A cominciare dall'interfaccia utente, che per ora si presenta solo in formato linea di comando.Il funzionamento dell'applicativo è molto semplice: una volta lanciato monitora tutti i pacchetti trasmessi in modalità client-server; se si accorge che alcune trasmissioni sono alterate, avverte subito l'utente e produce una copia integra dei pacchetti modificati."Fino a questo momento, non disponevamo di uno strumento per capire se un hacker, un Isp, un firewall aziendale o la Grande Muraglia digitale cinese stava modificando il nostro traffico Internet - ha spiegato Peter Eckersley dell'EFF - I pochi test disponibili sono pensati per specifiche tipologie di interferenza. Switzerland è invece progettato per rendere il test dell'Isp più veloce e facile".Lo sviluppo del software ha preso l'avvio proprio in risposta al caso Comcast che ha tenuto banco negli Usa negli ultimi mesi, dopo la scoperta che il provider a stelle e strisce interferiva nelle connessioni BitTorrent. L'EFF ha avviato una lunga battaglia legale, che ha portato Comcast davanti alla Federal Communications Commission. Proprio la scorsa settimana la Fcc ha formalmente sanzionato Comcast per "aver segretamente degradato le applicazioni peer-to-peer".Di seguito altri strumenti per testare la neutralità della propria rete, segnalati dall'esperto tlc Stefano Quintarelli.    * Network Neutrality Check : vari test per vedere se la l'accesso è neutrale. Una risposta negativa non implica che l'ISP sia neutrale. Una risposta positiva dimostra che non e' neutrale.    * Gemini Project: per PC    * Pcapdiff : script in phyton, serve a verificare se due stream di pacchetti sono uguali. Due persone possono usare ad esempio tcpdump o wireshark per catturare tutto il traffico che si scambiano e poi esaminare i due file con pcapdiff. Se i due file sono diversi, significa che c'e' stata alterazione dei pacchetti.ArticoloDi Nicola BrunoFonte http://www.visionpost.it/Rilasciato su licenza Creative Commons 2.5</description>
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<title>Biometria, ideologia, incompetenza ed idiozia (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Sun, 20 Jul 2008 05:39:47 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=117</guid>
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<pubDate>Sun, 20 Jul 2008 05:39:47 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Roma - Un filo sottile ma robusto lega oggi in Italia queste quattro parole. Vediamo perché in quattro veloci passaggi.Biometria e documenti d'identitàIl tipo di biometria in questione è ovviamente quello delle impronte digitali sui documenti di identità, imparentato non tanto alla lontana con il recente prelievo forzoso delle impronte stesse ai bambini Rom.La presenza su di un documento di identità, e solo su esso, dell'impronta digitale non lede minimamente la privacy e la personalità dell'individuo; rende semplicemente il documento stesso più difficilmente falsificabile e più facilmente associabile al suo proprietario.Il vero problema è la contemporanea memorizzazione dell'impronta stessa in un database centralizzato, che apre la porta ad abusi, possibilità di tecnocontrollo e di derive autoritarie, indagini di polizia a senso unico e puramente tecnologiche e così via.Il bello (?) è che non solo si può tecnicamente ottenere un documento biometrico che non abbia questi problemi, ma che una recente legge italiana richiedeva che la carta di identità elettronica (in breve CIE) fosse realizzata con proprio questi metodi, rispettosi dei diritti dell'individuo.Come funziona? Proviamo a spiegarlo.La CIE è una smartcard sulla quale vengono stampate foto e dati del possessore, come sulla controparte cartacea, e dentro la quale vengono memorizzate alcune informazioni.Il primo regolamento tecnico della legge istitutiva della CIE prevedeva che all'atto dell'emissione del documento e del prelievo dell'impronta digitale quest'ultima non fosse memorizzata da nessuna parte, men che mai in un database.L'impronta veniva invece convertita in un file di caratteristiche e, semplificando, di quest'ultimo veniva calcolato un numero (hash) che lo identificava univocamente. Quest'ultimo numero veniva memorizzato nella smartcard ed in un database. Il database quindi non conteneva caratteristiche biometriche, e non rendeva perciò possibile abusi o falsificazioni perché dall'hash non si poteva ricostruire l'impronta originale.Era però possibile verificare online l'autenticità di un documento confrontando l'hash memorizzato in esso con quello del database. Niente giochini con la gelatina di frutta per fare impronte false!Era anche possibile associare offline il documento al portatore, semplicemente rilevando l'impronta con uno scanner manuale dotato di lettore di smartcard, che calcolava l'hash e lo confrontava con quello memorizzato nella carta.Splendida soluzione, quasi tutti i vantaggi e quasi nessun svantaggio rispetto ad un'orrida carta d'identità con impronta digitale e database centralizzato.Vedi caso però, durante l'introduzione sperimentale della CIE avvenuta negli anni scorsi, da questo regolamento si è derogato, realizzando una sperimentazione con memorizzazione completa dell'impronta. La giustificazione a me personalmente ed informalmente fornita da funzionari di alto livello fu che, trattandosi appunto di sperimentazione, si poteva derogare dal regolamento. Tesi interessante: siccome faccio un esperimento (su centinaia di migliaia di cittadini) posso derogare da una Legge dello Stato. Penso che proverò anche io a derogare dalle imposizioni fiscali; vediamo se a me funzionerà come a loro.Interpretazione andreottiana per così dire: una CIE rispettosa della privacy non permette il tecnocontrollo, quindi la si è lentamente trasformata in qualcos'altro.Ideologia!Il problema della raccolta delle impronte digitali, come quello recente delle intercettazioni, è arrivato alla ribalta delle cronache come dibattito ideologico. Nessuno pare essersene stupito, e tantomeno preoccupato.Quasi nessuno ne ha fatto un problema giuridico, nessuno un problema costituzionale, assolutamente nessuno un problema tecnico e pratico.Sono convinto che una parte rilevante di questo ed altri italici problemi sia di Benedetto Croce e della sua riforma umanistico-centrica, che in Italia, paese già popolato di molti commissari tecnici e pochi giocatori, era già presente ed è stato molto aggravato.Incompetenza?Esistono cariche politiche ed istituzionali che devono conoscere i problemi tecnici o i problemi giuridici, ed anche alcune che sono obbligate a conoscerli ambedue.Sul tema della realizzazione della CIE, e più in generale di sistemi biometrici obbligatori per legge, nessuno ha mai realizzato opera di spiegazione e di divulgazione dei loro effetti pratici e dei relativi problemi.Siccome non sono convinto che a certi livelli regni realmente una tale incompetenza, mi viene malignamente da pensare che si pecchi piuttosto di omissione per non contrastare il trend politico autoritario attualmente di moda. In effetti, in tema di trend tecno-autoritario le differenze tra gli ultimi governi sono state minime.Idiozia?Il cittadino italiano medio sembra comportarsi come un idiota su qualsiasi questione tecnica abbia un rilievo pratico. Anche persone di cultura tecnica o giuridica diventano spesso casalinghe di Voghera appena si discute di questioni interdisciplinari come queste.Eppure tanti tuonano in difesa della privacy e contro gli abusi di intercettazioni e tecniche di indagine. Qui si vuole rendere obbligatorio un database completo di impronte digitali, abusabile e quindi pericoloso, quando esistono alternative che permettono di ottenere gli stessi scopi dichiarati con invasività e pericolosità molto minori.Le alternative non permettono però di ottenere altri scopi non dichiarati e non dichiarabili.È ragionevole credere alla necessità, efficacia e sicurezza di un tale sistema?O è, appunto, pura idiozia?Fonte Punto Informatico</description>
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<title>Trojan.GetCodec Attacca File Multimediali (Quattrochiacchere Staff)</title>
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<pubDate>Sun, 20 Jul 2008 05:23:14 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Marco Giuliani, malware analyst dell'azienda di sicurezza PrevX, ha pubblicato sul suo "PC al Sicuro" un commento su recenti notizie (prive di specifiche tecniche) riguardanti la diffusione di un nuovo malware capace di propagarsi attraverso file multimediali.Da PC al Sicuro: Il malware, da alcune società inquadrato sotto la categoria worm ma che a mio avviso - e non solo il mio da quello che ho potuto vedere - non rientra nella suddetta bensì nella categoria di trojan, è stato denominato Trojan.GetCodec.A ed utilizza una tecnica di infezione alquanto singolare. Il trojan, una volta eseguito, va alla ricerca all'interno del PC di file multimediali con estensione .MP2 .MP3 .WMA .WMV .ASF. Individuati, controlla se il file in questione è stato già infettato analizzandone l'eventuale header del file ASF alla ricerca di uno specifico script. Windows Media utilizza come formato multimediale l'Advanced Systems Format (ASF), in parole semplici uno speciale formato che può contenere stream audio e video insieme ad altre informazioni, quali ad esempio script eseguibili o metadata che vengono poi interpretati da Windows Media Player.Il trojan aggiunge all'header del file ASF - i file .WMA e .WMV sono già codificati nel formato .ASF - uno script che induce Media Player a connettersi ad Internet e a scaricare del malware sottoforma di falso codec ritenuto necessario per poter riprodurre il file multimediale in oggetto. Per quanto riguarda i file con estensione .MP2 e .MP3, essi non rispettano il formato .ASF.Il trojan tiene conto di tutto ciò ed ogni file che viene individuato con questa estensione viene riconvertito ed adattato al formato ASF, cosi che poi è possibile aggiungere lo script malevolo all'header del file. Lo script utilizzato dal trojan utilizza il comando URLANDEXIT per connettersi ad un determinato sito web e scaricare il falso codec. Microsoft permette la disattivazione dell'esecuzione del comando in questione, per mezzo del registro di sistema, alla chiaveHKEY_CURRENT_USER\SOFTWARE\Microsoft\MediaPlayer\PreferencesConfigurando la voce URLAndExitCommandsEnabled = 0 (di default è 1, se la voce non è presente è come se fosse configurato di default).La tipologia di infezione è particolarmente interessante, soprattutto considerandola sotto l'ottica del Peer 2 Peer. Milioni di file MP3 vengono condivisi ogni giorno e milioni di utenti utilizzano Windows Media Player. Questo trojan apre la strada ad una nuova tipologia di infezione, prendendo di mira i file multimediali che fino ad ora erano stati considerati relativamente innocui. Sì, alcuni bug nei player e alcuni file multimediali malformati potevano causare esecuzione di codice malevolo, alcuni falsi file multimediali contenevano in realtà solo collegamenti a pagine web infette e non invece stream audio. Ma un'infezione di massa di file multimediali come in questa maniera potrebbe dare il via ad un trend tanto pericoloso quanto diffuso. Al momento è necessario l'intervento dell'utente per il download e l'esecuzione del falso codec, accettando il trasferimento. Ciò non toglie che potremmo probabilmente assistere a delle pericolose evoluzioni in futuro.Fonte Tweakness</description>
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<title>MPAA: e perché dovremmo avere prove per denunciare? (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Mon, 23 Jun 2008 20:22:02 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=115</guid>
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<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 20:22:02 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Roma - Dopo la cavalleria per Jammie Thomas, "arrivano i nostri" anche in difesa della "povera" industria del disco: in una memoria consegnata alla corte in veste di supporter delle ragioni di RIAA, la rappresentanza di Hollywood MPAA scrive chiaro e tondo al giudice che no, non è importante la prova del fatto che una infrazione concreta del diritto d'autore ci sia stata. A detta degli studios basta individuare una cartella condivisa sul P2P con dentro i file che si ritiene siano abusivi perché i produttori possano colpire i "pirati"."È spesso molto difficile, e in alcuni casi impossibile, fornire una prova così diretta quando ci si confronta con le moderne forme di infrazione del copyright", scrive l'avvocato di MPAA Marie L. van Uitert al giudice federale responsabile del caso Thomas. Una infrazione che, sia sul P2P che altrove, favorisce chi scambia i file incriminati e ha poi gioco facile a "nascondere le tracce dell'infrazione"."Infrazione" che, nel quadro a tinte fosche dipinto dai mega-manager dell'industria e relativa rappresentanza legale, è l'unica motivazione dietro l'attuale crisi del tradizionale mercato dei supporti, un fenomeno talmente diffuso da giustificare la "tosatura" di 150mila dollari, almeno, per ogni singola violazione di copyright. E senza la necessità di avere uno straccio di prova a supporto.Il caso Jammie Thomas si rivela ancora una volta come uno dei punti focali della guerra senza quartiere sul copyright, che vede contrapposti un'industria costantemente sulle barricate e desiderosa di recuperare il controllo perduto sui media, la distribuzione e i contenuti, e gli utenti, i quali chiedono a gran voce nuovi meccanismi di finanziamento della produzione artistica e culturale svincolati dalle attuali regole delle norme sul diritto d'autore.Un caso importante in cui, oltre ai 10 professori universitari intervenuti in supporto della necessità, sancita a loro dire dalla legge americana, di provare che un'infrazione ci sia effettivamente stata, e all'industria ben convinta al contrario che la semplice teoria della "messa in condivisione" (o "making available" in inglese) basti a una condanna senza possibilità di appello, sono intervenute importanti organizzazioni pro-diritti civili, e non solo in difesa di Jammie Thomas.Electronic Frontier Foundation, Public Knowledge, United States Internet Industry Association e Computer and Communications Industry Association hanno manifestato al giudice Michael Davis la loro convinzione che la legge americana non sancisce alcun obbligo di risarcimento per i "presunti" reati, come al contrario vorrebbe capziosamente e retoricamente far credere l'industria delle major."Considerando le serie conseguenze che derivano dallo stretto regime di responsabilità giuridica derivato dalle norme sul copyright - scrivono le organizzazioni nel loro rapporto - la corte dovrebbe resistere alle pretese del querelante di espandere quel regime, stante l'assenza di un'espressione inequivocabile negli intenti del Congresso".E mentre la battaglia infuria in tribunale, gli artisti continuano a schierarsi pro o contro le tecnologie di condivisione: gruppi storici come i Kiss, forse alla ricerca di uno smalto che non torna più, si dicono in attesa che la "defunta" industria del disco e gli "incivili" pirati di Internet si diano una calmata prima di rilasciare qualsiasi nuovo lavoro. Cosicché qualcuno maligna che ai Kiss non interessi granché l'espressione artistica quanto piuttosto il fare cassa con gli utenti di cui sopra, quelli da tosare.C'è al contrario chi come Kid Rock se la prende con le etichette, abituate in passato a "rubare dagli artisti" e ora scure in volto per aver ricevuto lo stesso trattamento da parte dei consumatori, non più disposti a farsi trattare come gregge al pascolo di un mercato del disco sotto monopolio delle Big Four.Kid Rock boicotta iTunes, perché - dice - Apple non fa altro che perpetrare la posizione di privilegio delle major senza far ottenere un centesimo in più agli artisti, e invita gli utenti condivisori a "rubare tutto" sul P2P, dalla sua musica a quella di chiunque altro, perché lui i soldi se li guadagna - come tanti altri - suonando dal vivo e non finendo impacchettato nei CD venduti dalle etichette.Fonte Punto Informatico</description>
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<title>Telecom: ecco tutti i numeri disabilitati (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Sat, 31 May 2008 13:54:46 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=114</guid>
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<pubDate>Sat, 31 May 2008 13:54:46 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Milano - Con il titolo "NOVITÀ sul controllo della linea telefonica", Telecom Italia ha diffuso nelle scorse ore una nota con cui spiega come introdurrà il servizio di disabilitazione dei numeri a sovrapprezzo, ossia quelle numerazioni "gonfiabolletta" su cui le associazioni di consumatori hanno scagliato mesi di denunce per ottenere la tutela dei propri assistiti.L'incumbent ha infatti comunicato che tra il 16 ed il 30 giugno 2008 sarà progressivamente introdotta, sull'intero territorio nazionale, la Disabilitazione Permanente Standard delle linee telefoniche di rete fissa alle chiamate dirette verso le seguenti destinazioni:- numeri che iniziano con 144, 166, 482, 483, 484, 485 e 899;- numeri che iniziano con 163 e 164 (con esclusione dei numeri con tassazione forfettaria fino ad 1 euro - IVA inclusa, utilizzati per televoto o per raccolta fondi a scopi benefici, ossia 163111, 163200, 163300, 163303, 163311, 163400, 163500, 163600, 163800, 163900, 16422, 16423, 16448, 16463, 16472, 16477, 16478, 16482);- numeri che iniziano con 892 (con esclusione dei numeri che offrono servizi di informazione abbonati o servizi di pubblica utilità per informazioni ed assistenza ai clienti ed ai consumatori, ossia 892000, 892298, 892412, 892424, 892500, 892892, 892400, 892007, 892011, 892021, 892040, 892044, 892080, 892101, 892111, 892112, 892113, 892123, 892130, 892155, 892187, 892192, 892197, 892212, 892289, 892323, 892324, 892369, 892404, 892444, 892489, 892494, 892525, 892567, 892727, 892792, 892888, 892893, 892928, 892960, 892020, 892024, 892592, 892890);- numeri 412, 41412, 444, 448;- numeri internazionali e satellitari con prezzo superiore ai 35 centesimi di euro (IVA inclusa) alla risposta e/o 3 centesimi di euro al secondo (IVA inclusa).La "Disabilitazione Permanente Standard", precisa Telecom, sarà attivata su tutte le linee telefoniche senza necessità di una esplicita richiesta da parte del cliente, ad eccezione delle linee telefoniche su cui è già attivo uno dei servizi di autodisabilitazione delle chiamate ad oggi disponibili ("Accesso Selettivo di chiamata gratuito verso i servizi a sovrapprezzo" o "Autodisabilitazione a pagamento con codice personale").Chi non desidera la disabilitazione automatica sulla propria linea telefonica dovrà richiedere esplicitamente di mantenere la propria linea telefonica abilitata alle chiamate verso le numerazioni sopra indicate ("Abilitazione Permanente") chiamando il Servizio Clienti 187, senza sostenere alcun costo. Anche dopo l'attivazione in automatico della Disabilitazione Permanente, gli utenti potranno comunque rinunciarvi in qualunque momento, facendone esplicita richiesta sempre al 187.Altra precisazione: "i Clienti che avessero già chiesto ed attivato il servizio di Disabilitazione Permanente Gratuita sulla propria linea telefonica non dovranno fare nulla: entro il 30 giugno 2008 il gruppo di numerazioni disabilitate sarà trasformato automaticamente nello stesso gruppo di numerazioni inserite nella Disabilitazione Permanente Standard. La trasformazione comporterà in particolare la riabilitazione della linea telefonica alle chiamate dirette verso tutti i numeri esclusi dal gruppo di numerazioni inserite nella Disabilitazione Permanente Standard".Dal 30 giugno 2008 sarà poi introdotto il nuovo servizio di Autodisabilitazione gratuita con codice personale alle chiamate dirette verso tutti i numeri telefonici, ad esclusione dei seguenti: numeri gratuiti, numeri ad addebito ripartito (cioè i numeri che iniziano con 840, 841, 847 e 848), numeri urbani e interurbani, numeri mobili. "Il nuovo servizio potrà essere richiesto in qualsiasi momento chiamando il Servizio Clienti 187 e sarà esteso, progressivamente, a tutto il territorio nazionale entro il 31 Agosto 2008" dichiara l'azienda.I servizi di autodisabilitazione ("Accesso Selettivo di chiamata gratuito verso i servizi a sovrapprezzo", "Autodisabilitazione a pagamento con codice personale", "Autodisabilitazione gratuita con codice personale") sono tra loro alternativi e sono alternativi anche alla "Disabilitazione Permanente Standard", pertanto sulla stessa linea telefonica è attivabile un solo servizio tra quelli resi disponibili alla clientela su richiesta o in automatico.Fonte Punto Informatico</description>
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<title>Rifiuti. Ultimatum agli inceneritori  (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Tue, 27 May 2008 19:58:58 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=113</guid>
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<pubDate>Tue, 27 May 2008 19:58:58 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>http://immagini.quattrochiacchere.net/allimages/1085468689repubblica_inceneritori.jpgRepubblica titola: "Rifiuti. Ultimatum ai ribelli". Propone un indovinato accostamento con un mitragliere in Afghanistan, di certo casuale. Repubblica dovrebbe invece titolare: "Rifiuti. Ultimatum agli inceneritori", con una foto non casuale dell'Impregilo. Sarebbe un atto di coerenza. Jacopo Fo cita un articolo dell'ultimo Venerdì di Repubblica: ben 435 ricerche scientifiche provano un forte aumento di tumori e nascite malformi in prossimità degli inceneritori."Mi diverto.E’ ormai chiaro che dentro i giornali italiani si combatte una battaglia durissima tra i direttori e un pugno di giornalisti che si rifiutano di tacere sempre e comunque.Così abbiamo delle piccole soddisfazioni: alcune notizie bomba finalmente vengono pubblicate. Non le vedete in prima pagina, non hanno titoli a 9 colonne, non sono correlate da interviste e commenti. Però le notizie escono.Ad esempio vengono pubblicate sul numero 1052 del Venerdì di Repubblica (16 maggio) a pagina 90 (coincidenza o magia alchemica il fatto che la paura nella Smorfia napoletana corrisponde al numero novanta?).Ecco l’articoletto, secco secco. Un grande pezzo di sintesi giornalistica, probabilmente contrattato parola per parola in riunioni infuocate dei caporedattori, oppure sfuggito per errore alla penna rossa dei censori… Questo articolo credo che alla fine sia uscito perchè protetto dalla Divina Provvidenza in persona, è comunque stato stampato, nero su bianco, e ci dice che 435 (QUATTROCENTO TRENTACINQUE) ricerche scientifiche internazionali provano un aumento di tumori e nascite malformi spaventoso in prossimità dei termovalorizzatori.Senza commento. Senza due righe di scuse verso il povero Beppe Grillo accusato con ogni tipo di cattiveria dalle colonne dello stesso giornale per essersi permesso di dire esattamente la stessa cosa: gli inceneritori puoi anche chiamarli termovalorizzatori ma ti ammazzano comunque.Una nota stilistica che permette di capire appieno il meccanismo perverso utilizzato dai media per rendere di scarso interesse notizie di importanza capitale.Il titolo può essere un modo per indurre le persone a leggere un articolo oppure a non leggerlo.Se questo articolo fosse stato: “Aveva ragione Grillo gli inceneritori uccidono!” avrebbe destato grande curiosità. Allora lo hanno intitolato in modo tale da tagliargli le gambe: “Emissioni: Una ricerca francese sottolinea il rapporto diossina-cancroQUANDO LA SALUTE SE NE VA IN FUMO (TOSSICO).Capisci l’astuzia: non ti dice che le ricerche sono 435, come viene specificato poi nell’articolo. Non si pronuncia la parola proibita INCENERITORE. Si parla di EMISSIONI… Termine vago come la melma.Questa tattica in effetti funziona. I lettori accorti dicono: “Però alla fine Repubblica le notizie le dà!” E continuano a comprarla. Mentre il 95 per cento dei lettori, un po’ meno attenti, non si accorge di quella notizia così imbarazzante.Prova ne è che sono passati 5 giorni dall’uscita del Venerdì e se cerchi sul web: “diossina istituto statale di sorveglianza sanitaria francese”, non trovi niente a proposito di questa colossale notizia!E non trovi niente neanche se digiti “diossina 435 ricerche PubMed”Comunque giudica tu: ecco il testo integrale:“Nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.Lo dice una ricerca, resa pubblica dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, l’ultima delle 435 ricerche consultabili presso la biblioteca scientifica internazionale PubMed che rilevano danni alla salute causati dai termovalorizzatori per le loro emissioni di diossina, prodotta dalla combustione della plastica insieme ad altri materiali. Questa molecola deve la sua micidiale azione ala capacità di concentrarsi negli organismi viventi e di penetrare nelle cellule. Qui va a “inceppare” uno dei principali meccanismi di controllo del Dna, scatenando le alterazioni dei geni che poi portano il cancro e le malformazioni neonatali.”(Il pezzo non è firmato ma sta all’interno di una specie di box dentro un articolo di Arnaldo D’Amico.)Spero ci si renda conto dell’importanza dell’ufficializzazione di una simile notizia: e ti invito quindi a farla girare e ripubblicarla sul tuo sito. Se riusciamo a far sapere a molti italiani come funziona questo giochetto dell’informazione ridimensionata (non censurata, non libera, omogenizzata) potremmo creare qualche altro problema ai signori dei giornali. Loro ormai lo sanno che chi legge i quotidiani poi va su internet…FACCIAMOLI PIANGERE!CITIAMOLI A MARTELLO OGNI VOLTA CHE PER SBAGLIO DICONO LA VERITA’.Usare la forza dell’avversario per farlo cadere". Jacopo FoFonte Il Blog di Beppe Grillo</description>
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<title>E\&#39; ACTA il nuovo nome dell\&#39;antipirateria? (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Mon, 26 May 2008 20:59:15 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=112</guid>
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<pubDate>Mon, 26 May 2008 20:59:15 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Roma - Se venisse confermato come autentico, il documento pubblicato nelle scorse ore da Wikileaks si potrebbe trasformare in una mina vagante per i sostenitori dei diritti digitali. Secondo le informazioni diffuse dal celebre sito di full disclosure, USA, UE, Svizzera, Corea, Giappone, Messico e Nuova Zelanda starebbero lavorando ad un accordo internazionale per ridefinire il concetto stesso di pirateria e di azione legale per combatterla. Che potrebbe trasformare il problema della contraffazione in una caccia alle streghe senza quartiere.Si tratta evidentemente solo di una bozza ma sono i suoi contenuti a suscitare attenzione: vengono descritti i passi necessari a rilanciare e rendere davvero efficace la lotta alla contraffazione e alla violazione del diritto d'autore. Si va dall'inasprimento delle pene (con l'introduzione di reati) per chi si renda responsabile di queste violazioni anche in assenza di guadagno personale, fino alla creazione di una forza di controllo internazionale, composta da organi pubblici mescolati a personale privato, con il diritto di valutare, sondare, sequestrare materiale e perseguire ogni tipo di infrazione vera o presunta.Questo esercito dell'antipirateria sarebbe composto da "consulenti pubblici o privati ed esperti delle forze dell'ordine", ed i suoi compiti spazierebbero dalla sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui rischi e i danni legati alla contraffazione, alla coordinazione internazionale degli sforzi in questo settore, nonché alla ricerca e alla distruzione del materiale pirata e delle infrastrutture utilizzate dai contraffattori per realizzarlo.Nel documento, poi, si fa esplicito riferimento alla pirateria su Internet, e il pensiero corre subito a The Pirate Bay, sebbene si parli anche di controlli alle frontiere: non solo si dovrebbe procedere ex officio alla istruzione di una indagine in caso di sospetta violazione (al contrario del quadro normativo attuale, che prevede una denuncia del detentore per aprirne una), ma se il detentore dei diritti su un contenuto dovesse giudicare la produzione altrui lesiva del proprio interesse potrebbe chiederne il blocco all'importazione preventivo, fino all'accertamento del dolo.Spazio poi alle perquisizioni anche senza un capo di imputazione diretto, ad una più lauta compensazione per i detentori dei diritti in caso di violazione, e alla collaborazione con i provider (ISP): questi ultimi, in particolare, diverrebbero veri e propri collaboratori della giustizia, dovendo fornire, a richiesta, le generalità dei presunti trasgressori e collaborare alla messa in pratica di un effettivo filtro per debellare "la circonvenzione delle misure di sicurezza utilizzate dai detentori di diritti".Se la proposta si trasformerà in una bozza di accordo e in un successivo patto tra le nazioni coinvolte, si scoprirà il prossimo luglio ad un previsto summit dei G8. Sarà quella la sede nella quale la proposta dovrebbe venire presentata pubblicamente, nella quale si dovrebbe cominciare a discuterne sul serio i termini di validità e di applicazione. Nel documento si fa menzione di condizioni particolari per facilitare l'adesione dei paesi in via di sviluppo, ma è indubbio che di fronte ad una massiccia campagna mondiale del tipo descritto, le nazioni più piccole non potrebbero fare altro che accondiscendere alle richieste di quelle più grandi per evitare eventuali ritorsioni economiche.Fonte Punto Informatico</description>
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<title>Brevetti software, l\&#39;Europa ci (ri)pensa (Quattrochiacchere Staff)</title>
<guid isPermaLink='false'> Fri, 16 May 2008 17:51:22 GMT@ http://www.quattrochiacchere.net/index.php?ind=news&amp;op=news_show_single&amp;ide=111</guid>
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<pubDate>Fri, 16 May 2008 17:51:22 GMT</pubDate>
<author>admin@quattrochiacchere.net (Quattrochiacchere Staff)</author>
<description>Roma - Sta suscitando allarme quanto denunciato in questi giorni da Foundation for a Free Information Infrastructure - FFII: gli Stati Uniti stanno premendo sull'Unione Europea affinché si infonda nuova vita alla brevettabilità del software in Europa. Le grandi corporation della tecnologia americane soffrono della posizione comunitaria e chiedono che la UE, come già gli USA, si lanci sulla via del brevetto facile. Una richiesta che l'Europa ha già iniziato ad accettare.Lo spiega nel suo &#097;lert internazionale proprio FFII, una voce ascoltata perché fu proprio il suo attivismo a mobilitare negli anni scorsi mezza Europa e a portare, contro ogni pronostico, alla bocciatura della brevettabilità del software. È dunque ovvio che se FFII parla di progressi per un accordo sui brevetti tra le due sponde dell'Atlantico l'attenzione di tutti non possa che risvegliarsi, tanto più che da molto tempo la Commissione Europea ha dato segni di disponibilità a riaprire il fronte dei brevetti sull'innovazione.L'interesse degli Stati Uniti è certificato dalle proposte dell'amministrazione Bush per una migliore cooperazione economica tra USA e UE: tra queste, in materia di proprietà intellettuale, si afferma che le parti "debbano perseguire l'armonizzazione delle diverse normative sui brevetti". Dichiarazione dalle chiare conseguenze, visto anche che una delle maggiori diversità tra i due sistemi, e quella più rilevante sotto il profilo industriale dal punto di vista delle corporation nordamericane del software, è proprio quella che riguarda l'innovazione tecnologica. Il settore tecnologico è più rilevante di qualsiasi altro nell'economia statunitense, la sua centralità è assoluta.Dunque, proprio in questi giorni molte cose vengono decise: al riparo dei riflettori si sono appena tenuti gli incontri primaverili di un organismo nato da un anno e voluto da USA e UE per stringere i propri rapporti, in particolare sotto il profilo normativo ed economico. Si chiama Transatlantic Economic Council (TEC) e all'ordine del giorno dei negoziati non casualmente è stata posta proprio l'armonizzazione delle leggi sui brevetti, con una particolare richiesta, quella di raggiungere un accordo sulla roadmap, ossia sui tempi necessari perché questa "armonizzazione" prenda corpo. E pur essendo ovvio, l'interesse delle grandi corporation è anch'esso certificato. Lo dimostrano le indicazioni giunte proprio al TEC dal TABD, il Trans Atlantic Business Dialogue, che insiste sulla necessità di arrivare ad un accordo per l'armonizzazione. Al TABD, organismo formato da imprese USA e UE, partecipano tra gli altri EDS, Microsoft, Philips, Siemens e British Telecom.Poiché non vi è segno alcuno che la politica statunitense miri all'abolizione della brevettabilità del software, nel termine armonizzazione FFII non ha potuto che leggervi il ritorno del rischio brevetti. E sembra aver visto lungo. Nello statement conclusivo del meeting primaverile del TEC si legge che "l'Ufficio dei brevetti e dei marchi statunitensi e la Commissione Europea hanno concordato una roadmap per portare avanti una armonizzazione globale del sistema dei brevetti". Come nota FFII, l'eventuale imposizione all'Europa degli standard statunitensi sui brevetti non può che trasformarsi in una riduzione degli standard di brevettabilità che sono oggi il riferimento della UE. I dettagli specifici della roadmap non sono ancora stati pubblicati.A far parlare però è anche la vecchia bozza di trattato e il motivo è ovvio: laddove si citano le condizioni di brevettabilità un comma è omesso in quanto "riservato" e in un altro si legge che "una invenzione di cui si chiede il brevetto dovrà comprendere un passo innovativo. Sarà considerato tale se (...) l'invenzione nel suo insieme non risulterà ovvia (non innovativa, ndr.) (...)". La dicitura nel suo insieme ricorda vecchie proposte sui brevetti e preoccupa FFII: "Come abbiamo già spiegato in passato, la frase (...) è alquanto ambigua in questo contesto. La ragione è che quando si detiene un brevetto sul software, quasi sempre si rivendica il brevetto come computer sul quale gira il nuovo algoritmo...". Mescolare le due cose è pericoloso, ed erode l'attuale status del software in Europa.Quanto sta avvenendo in sede TEC preoccupa anche per altre ragioni, avverte FFII. Al contrario della lunga procedura che ha cancellato negli anni scorsi la brevettabilità del software in Europa, il TEC non è il Parlamento Europeo, non deve muoversi sotto i riflettori della stampa, non ha un elettorato a cui rispondere. È invece costituito da incontri tra funzionari di alto livello statunitensi ed europei all'interno di un processo chiuso che si muove al di fuori dei trattati multilaterali che governano il WIPO, l'Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale. D'altra parte è lo stesso WIPO a incoraggiare "progressi esterni" all'organizzazione quando si viene ai brevetti. "La maggiore differenza - spiega FFII - è che il TEC è un dialogo commerciale. L'uso di incontri sul libero scambio commerciale per modificare le norme sui brevetti ha peraltro dei precedenti. Durante i negoziati del GATT gli Stati Uniti hanno manipolato un processo di apertura e libero scambio per ricattare partner commerciali affinché accettassero i trattati TRIPs, che limitavano la flessibilità delle normative nazionali sui brevetti". Con il TEC, al contrario di quanto avviene in sede WIPO, inoltre, USA e UE non devono fare i conti con soggetti come Cina, India e Brasile, paesi che non sono disponibili ad un rafforzamento generale della brevettazione.Il quadro sembra chiaro: se gli Stati Uniti riusciranno nel colpaccio di far aderire l'Europa ai loro standard brevettuali, fino ad estendere finalmente anche al Vecchio Continente la brevettabilità del software, sarà poi molto più facile per la diplomazia commerciale statunitense fare pressioni anche in altre aree del mondo, su mercati nei quali oggi la grande industria statunitense, a partire da quella tecnologica, non riesce a far valere tutti i propri brevetti, compresi quelli sugli algoritmi e sui mattoni costitutivi del software. Chi ha voglia di dare un'occhiata a una manciata di brevetti di questo genere può approfondire a questo indirizzo, una pagina curata come sempre da FFII.Fonte Punto Informatico</description>
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